Santuario “Madonna delle Quaglie” – Lurano

Del santuario della Madonna delle quaglie datato attorno al 1400, si narra una leggenda che voleva protagonisti i Suardi e gli Agliardi, due famiglie molto in vista ed importanti in epoca medievale.

Il racconto del fatto leggendario avvenuto nel 1430 nella nostra campagna che ha portato alla costruzione della chiesetta, così come raccontato nel libro  “Il raggio verde. Storie bergamasche di devozione popolare”,  di don Martino Angelo Campagnoni.

“Anno 1430.
Da due anni anche a Lurano sventola il vessillo di Venezia. I consolidati rapporti di potere signorile sono stati superati, ma il prestigio e l’autorità della nobile famiglia Secco-Suardo sono immutati. È ancora all’interno del suo castello che si decidono le sorti del borgo. Solo la famiglia dei Rozzoni tiene loro testa, impedendo un dominio incontrastato. Una specie di faida locale che si trascina da anni. Ciascuno ricedeva diritti, ciascuno lamenta torti subiti. Lo scontro è sempre in bilico sul filo di spada. In una bella giornata di maggio il vecchio signore del castello dei Secco-Suardo si reca a caccia. È la sua passione fin da quando era giovane. Attraversa campi, prati e arriva nel bosco.

Si apposta dietro ad un cespuglio, da cui è possibile controllare i movimenti in una radura. E attende che passi una preda. Quando una quaglia arriva a tiro del suo schioppo e spara. Ma si odono contemporaneamente due spari. Sono partiti due colpi. Qualcun altro ha sparato. Sotto quel tiro incrociato la quaglia è di sicuro morta, ma da dove è partito il secondo colpo? Il nobile Secco-Suardo pensa sia stata un’eco, un semplice rimbombo nel bosco, ed esce da suo nascondigli per ghermire la preda.

Nello stesso momento, da un cespuglio sul lato opposto della ardua, esce fuori il vecchio signore dei Ronzoni con lo schioppo ancora fumante. I loro sguardi si incrociano. Prima lo stupore. Poi il furore. Gli acerrimi nemici si guardano in cagnesco e senza rivolgersi una parola si dirigono entrambi a prendere la quaglia. A un passo dalla presa, però, si fermano. Nessuno dei due vuole raccoglierla, perché nessuno dei due vuole chinarsi davanti all’altro. Prima di tutto per il disonore di abbassarsi poiché potrebbe essere scambiato per un gesto di riverenza, ma soprattutto per il rischio di ritrovarsi un pugnale nella schiena. Entrambi rivendicano la proprietà della quaglia. Esattamente quello che fanno da decenni con le loro terre.


«Io l’ho colpita, quindi io la prendo» dice altezzoso il Secco-Suardo.
«No e poi no. Sono io che l’ho colpita e sono io che la prendo», risponde il Rozzoni con tono ancora più sostenuto, per niente intenzionato a cedere la preda.
«Tu l’hai colpita? Tu non saprei colpire un cavallo a due metri dal naso», stuzzica il Secco-Suardo.
«Senti chi parla. Sei così lento a mirare che non riusciresti a seguire nemmeno una tartaruga. Impagliata per giunta», rinfocola il Rozzoni.


«Con i tuoi riflessi non sapresti prendere una quaglia nemmeno se si posasse sulla canna del tuo schioppo», non desiste il Secco-Suardo. «Tu, invece, le quaglie le prendi solo con la forchetta, già arrostite sul piatto. Sai mangiarle e basta», ribatte l’altro. Le mani a questo punto scivolano verso le else delle spade. Stanno pensando di concludere in quel luogo e in quel momento l’antica disfida tra le due nobili famiglie. Un bel duello che scriva il sangue la parola «fine». I due vecchi testardi non pensano, invece, che le faide si tramandano di padre in figlio, l’odio travasa da una generazione all’altra come un liquido malefico che avvelena il sangue. La morte di uno di loro per mano dell’altro non sarebbe la fine di una contesa fatta finora di scaramucce e provocazioni, significherebbe la guerra aperta. In quel momento sono così animati dallo spirito di competizione e trascinati dall’orgoglio personale che non riescono ad essere razionali, a capire che non si può morire per una quaglia.

Ormai decisi nel loro intento di sfidare a singolar tenzone, si fronteggiano, si studiano. Le lame sono pronte a fendere l’aria. A quel punto, però, dal bosco compare una Signora. In braccio tiene il piccolo Figlio. La bontà del suo sguardo trafigge i cuori dei due nobiluomini e dalla ferita esce tutto l’odio che dentro albergava. Quello stato di grazia che li riempie di buoni sentimenti fa riconoscere la Madonna in quella Signora comparsa all’improvviso. Abbassano le armi, poi le lasciano cadere a terra come se le else fossero diventate di fuoco. Si pentono e chiedono perdono d’averLa turbata con il loro ignobile comportamento. I due vecchi nemici si guardano amichevolmente, rendendosi conto della loro stupidità.
Sono due vecchi, invece di dare il buon esempio sono lì a bisticciare come due bambini. Si abbracciano. La Madonna chieder di essere onorata in quel luogo, e affida loro la missione di annunciare la Sua apparizione e di costruirLe un santuario. Per la loro fama di arcigni signori temono, però, di non essere i migliori ambasciatori di carità e misericordia.


Per la prima volta si trovano finalmente concordi in qualcosa: nessuno avrebbe mai creduto alle loro parole, ritenendoli due vecchi pazzi. Davanti a questa perplessità, la Madonna ordina di raccogliere la quaglia contesa e di portarla al padre superiore del vino convento di Castelrozzone. I due nobili signori si avviano per adempiere gli ordini ricevuti. Il contado, che li vede passare, non crede ai propri occhi: i due vecchi e acerrimi nemici camminano insieme senza insultarsi. Parlano, sorridono… e portano con tanta attenzione una quaglia morta come fosse una sacra reliquia. Arrivati al convento, raccontano al superiore quello che è accaduto nel bosco. La battuta di caccia. Gli spari. La preda contesa.

La diatriba che stava per finire in duello, tralasciando però di raccontare i reciproci insulti. Infine l’intervento della Madonna con la richiesta di essere onorata e di portare la quaglia al convento. Lì per lì anche il superiore ha qualche dubbio sulla loro salute mentale. Prende la quaglia morta in mano e la osserva perplesso. Ha due profondi buchi vicino alle ali, segno che entrambi i cacciatori hanno preso bene la mira, ma non ci sono indizi di eventi straordinari.

Mentre tiene il corpino esanime e freddo tra le mani per il suo attento esame, il padre superiore lo sente piano piano ritornare tiepido. Sente il cuoricino battere ancora. Sgrana gli occhi dallo stupore. Tutti e tre osservano esterrefatti la quaglia sbattere le ali e librarsi in aria, fino a scomparire nell’azzurro cielo.”

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