La chiesa di S. Martino – Brusaporto

La prima notizia sull’esistenza di questa chiesa si trova negli atti della Visita pastorale del 1535 dove si dice che “In parrocchia est ecclesia campestris sub titolo S. Martini” senza rendita fissa e sostenuta solo da libere elemosine.

Il fatto che non se ne parli nella Visita pastorale del 1520 potrebbe essere una dimenticanza o potrebbe portare a concludere che tale chiesa sia stata costruita appunto tra il 1520 e il 1535. La questione rimane aperta anche perché alcuni elementi architettonici dell’abside e alcuni affreschi possono far pensare ad una costruzione più antica.

Sec. XVI

Nel 1555 alla chiesa di S. Martino è annessa una cappellania fondata dal defunto Mafeo de Albricis con un legato di quattrocento libbre a favore della Misericordia Maggiore di Bergamo a cui incombe di provvedere alla celebrazione di una messa quotidiana. I convisitatori del vescovo Federíco Cornaro a Brusaporto nel 1567 danno una sommaria descrizione della chiesetta: è costruita in pietra, ha tre altari di cui uno solo, quello dello Spirito Santo, è dedicato o consacrato dopo un suo recente restauro finanziato dalla nobildonna Barbara vedova di Mafeo de Albricis. La stessa benefattrice ha provveduto a far sistemare la casa per il cappellano adiacente all’oratorio stesso ed ha fondato un legato di ben quattromila libbre a favore della Misericordia Maggiore di Bergamo a cui incombe l’onere del mantenimento del cappellano che è tenuto a celebrare quotidianamente la messa. A chi spetta la scelta del sacerdote non è detto.

Ancor più preciso è il delegato di S. Carlo Borromeo nel 1575: la chiesa di S. Martino, in mezzo ai campi, è “satis ampla et decens” con tre altari. Il maggiore, sotto una volta dipinta, “habeti conam lígneam”, cioè una pala su tavola, che deve però essere sostituita da una più decente.

Le due finestrelle ai lati dell’altare devono essere murate, come pure deve essere chiusa, entro quindici giorni, la finestra laterale troppo bassa rispetto al piano del pavimento… ma queste íngiunzioni rimasero sulla carta. Il secondo altare è dedicato a S. Maria, non è detto dove fosse collocato e probabilmente era dove ancor oggi c’è il bell’affresco: deve essere rimosso entro tre giorni ma nel 1599 non si era ancora ubbidito e il Vescovo Giovanni Battista Milani venendo in Visita per la seconda volta a Brusaporto insiste: “Si levi dal posto l’altare, che è nel mezzo a mano sinistra”. Il terzo altare, quello dello Spirito Santo, è posto sotto una volta bella e bene ornata di pitture: la benefattrice Barbara de Proposulibus, vedova de Albricis, ha fatto le cose bene.

Annessa alla chiesa c’è la casa del cappellano, “è satis decens” ed ha anche un piccolo orto.

Sec. XVII

Per disposizione del Vescovo Giovanni Emo nel 1614 l’acquasantiera che è al di fuori deve essere posta “entro alla chiesa alla destra”.

Mons. Federico Cornaro venendo personalmente in visita a Brusaporto il 1 giugno 1625 ammira gli affreschi della chiesa di S. Martino: “multae sunt imagines pictae”.

Al tempo della peste del 1630, la chiesetta di S. Martino e in particolare l’immagine della Madonna raffigurata al suo interno furono al centro della devozione dei fedeli brusaportesi. Ciò comportò anche un aumento delle elemosine che causò, nel 1641, una contestazione a riguardo di un “legato di lire 100 lasciate dal fu Reverendo Vincenzo Gritti di Bagnatica perché haveva dichiarato Monsignor Emo doversi applicare alla Scola del SS.mo Rosario, ma non habbiamo fundamento alcuno, e procuraremo di ricuperarli”.

Nel 1641 i Canonici visitatori al seguito del Vescovo Luigi Grimani notano una situazione non rosea: il tetto del coro ha urgente bisogno di essere rifatto perché non sia tutto danneggiato dalla pioggia; lo stesso coro necessità di ritinteggiatura fino alle immagini degli Evangelisti e senza toccare “imagines B.V.M. quae est a dextris, et S. Martini quae est a sinistris Altaris”. L’acquasantiera esterna non è ancora stata sistemata all’interno. In sacrestía si deve porre un 1avacrum, pro lavandis manibus sacerdotum”. A cavallo della metà del 1600 la documentazione lascia lo spazio a qualche incertezza circa il numero degli altari della chiesa di S. Martíno e circa il loro titolo.

INTERNO DELLA CHIESA DI SAN MARTINO. SUL LATO SINISTRO SI PUO’ SCORGERE L’ EFFIGE DELLA MADONNA DEL BUON SOCCORSO.

La situazione di incertezza finisce con la chiara descrizione della visita pastorale del Vescovo Ruzini del 1703. L’oratorio di S. Martíno ha due altari: il maggiore è abbellito da una tavola raffigurante l’Annunciazione; l’altro, in fondo alla chiesa vicino alla porta principale è sormontato da un affresco in parte rovinato che rappresenta la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli.

Nel 1693, nella seconda visita del Vescovo Giustiniani, una precisazione illumina il passato e annota una novità di recente introduzione: la chiesa di S. Martino è amministrata “non dà suoi propri sindaci, come il passato, ma dal Comune”.

Per tutto il 1700, il 1800 e fino ad oggi la chiesetta di S. Martino vive tutta attorniata dalle cure e attenzioni dei suoi cappellani e dei suoi devoti.

Il decreto della visita pastorale del Vescovo Giustíniani nel 1884 non sa trovare che disposizioni marginali e curiose: “porre il vasetto per gettare l’acqua santa del sacerdote al Lavabo della Messa” e “mettere” il chiodo per la “beretta”.

Denominazione

Nel 1780, come fulmine a ciel sereno, alla denominazione solita della chiesa è aggiunta la precisazione “degli Orfani”.

Oggi la chiesina è nota tra la gente, e così appare denominata nella guida ufficiale della Diocesi di Bergamo (La Diocesi di Bergamo, Guida ufficiale 1992 pag. 219), come santuario della “Beata Vergine Maria del Buon Soccorso in S. Martino”.

Descrizione

La costruzione è preceduta da un giardinetto delimitato da una cancellata con passaggio in cemento e zona a ghiaietto e presenta la facciata protetta dalla gronda sporgente dal tetto che è a due spioventi molto avanzati. Sopra il portale, in pietra con architrave poggiante su due mensole, in un riquadro architettonico, era affrescato S. Martino che dona il mantello al povero tra due Santi. L’affresco rovinato dalle intemperie, ora non si vede più.

Scendendo tre gradini si entra nel piccolo santuario ad unica navata suddivisa da un arco a sesto acuto raccordato in due campatine con tetto in legno a vista in due falde. Molto interessante è la parte sinistra dove si apre una cappella, in pietra viva, sorretta da capitelli cinquecenteschi, sormontata da uno stemma nobiliare. Sempre su questa parete si trova l’immagine della Madonna in trono con il Bambino sorreggente un usignolo. Prima era sotto una edicola di vetro sormontata da un trofeo in gesso, con due angeli in stile barocco. Durante i restauri effettuati nel 1957, ai lati della Madonna, sono affiorati altri due Santi: S. Martino in abito vescovile, con mitria e pastorale, e S. Giovanni Battista.

Nella parete di fronte si trovano tre finestrelle, una, la più bassa, serve per permettere ai fedeli di vedere l’effige della Madonna anche quando la chiesetta è chiusa.

L’altare è in legno ed aveva come pala una tela di S. Martino ora appesa alla parete di fondo. Una porta a destra della seconda campata permette di uscire all’esterno ed un’altra simile sul lato di sinistra dà accesso alla sagrestia. Sopra l’apertura di destra c’è la tela dell’Ultima Cena, e a fianco, più verso il fondo, c’è quella della Pietà.

MADONNA CON BAMBINO

Interessanti sono i frammenti di affreschi che adornano l’absidiola centrale: una Madonna e un S. Martino con un’iscrizione gotica, a fianco, indecifrabile. E’ appena visibile anche una decorazione forse rappresentante gli Apostoli. Nel catino, in un nimbo campeggia la fiugra del Salvatore benedicente quasi interamente rifatta, ma ben disegnata seguendo l’ombra dell’antica.

La nuova tinteggiatura e il pur parziale restauro hanno già ridato a tutto l’insieme la sua forma primitiva, umile e raccolta, di una purità di linee architettoniche sobrie ed eleganti.

La festa in onore della Madonna di S. Martino si tiene al prima domenica di agosto, preceduta da una novena di preparazione.

In occasione di una pestilenza nel 1530, le immagini dei Santi vennero ricoperte per lasciare visibile la sola effige miracolosa della Madonna a cui venne attribuita la liberazione dal terribile male. Lo attestava la scritta, apposta nel cartiglío superiore: -Per la liberazione della peste – l’anno MDXXX – Barbara Albrici con Famiglia ricorda e adorna la venerata immagine della Madre di tutte le grazie”.

Questa iscrizione, a caratteri bianchi, su sfondo nero, è stata cancellata per ricercare, sotto la data, il nome del pittore che, in alto, ha dipinto un’altra Madonna in trono, di mirabile bellezza. Il cartiglio corrispondeva infatti alla base del trono della Madonna.

Si è raschiato, con somma delicatezza, e si sono trovate, in luogo della firma dell’autore, due altre scritte. La prima, più antica, ormai sbiadita, è illeggibile; la seconda, invece, ricorda la famiglia Pesenti offerente il dipinto della Madonna, con l’anno della composizione, ancora 1530, con la medesima causale: la grazia ricevuta per la liberazione dalla peste. Motivo di, particolare interesse rappresentano cinque righe in lingua latina incise sul manto della Madonna, che ricordano il passaggio da Brusaporto di seimila Lanzichenecchi diretti alla presa di Roma; non solo questo esercito transitò dalla borgata nel 1527, ma vi fece anche una tappa: si può immaginare con quanti danni per le colture agricole.

Pare che la soldataglia abbia altresì depredato le stalle e parecchie case di abitazione, causando alle famiglie un lungo periodo di stenti e di fame. Questo affresco è salvo per puro caso, perché l’intonaco su cui venne dipinto è stato molto scalfito ed in qualche parte si è sollevato così da mettere in pericolo frammentari resti della composizone.

Sulla destra è la figura di S. Rocco, con il viso parlante, barbuto e reclinato, che solleva le vesti, sopra gli alti calzari, per mettere a nudo la sua dolorosa piaga. Nel centro il viso della Madonna è scomparso, ma il Bambino che tenta sfuggirle dal grembo, è bellissimo e su di lui si serrano due mani frementi di devozione e di amore: sono mani adoranti, che escono da una tunica agitata dal vento ricadente in armoniose pieghe fino ai piedi del trono. L’altra figura di santo, alla sinistra della Vergine, indossa l’abito domenicano e reca nelle mani un giglio. Potrebbe essere S. Domenico o S. Tommaso.

MADONNA DEL BUON SOCCORSO COI SANTI

Le tinte sono vivaci e squillanti. Gli altri riquadri su questa parete sono meno preziosi: una Madonna cinquecentesca e una crocefissione del tardo ‘600.

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